Il mio primo viaggio in terra haitiana, poco dopo il terribile sisma, il mio “turning point”!

L’altra metà dell’isola Hispaniola…a est un relativo benessere, ad ovest l’inferno. Ho visto entrambe: la parte dei Resort, straripanti di cibo per turisti normalmente a dieta, e la parte di coloro la cui pancia gonfia non è segno di abbondanza e ricchezza.

Lamarre, 65 Km a nord ovest di quella caotica, sterminata, grigia bidonville che è Port aux Prince. Kay Sekou (la Casa dell’Aiuto) è immerso nel verde, fatto eccezionale per un paese così violentemente disboscato, circondato da palme da cocco, cullato dal gorgoglio di un vicino ruscello. È un angolo di cielo, abbacinante tra le fronde, un pezzo di paradiso in questo inferno in terra che è Haiti.

Sento gridolini infantili, qualche voce adulta e il tintinnio delle forchette nei piatti metallici: è l’ora del pranzo. La curiosità dei piccoli nel vedere un viso nuovo, per di più “pallido”, non è tale da far loro abbandonare l’interesse per il proprio piatto di riso e fagioli. Perché qui cibo è potere e ogni emergenza, sanitaria e alimentare su tutte, è la regola.

Eskè ou te manje ase? (traduzione: Avete mangiato abbastanza?)… la prima cosa che mi hanno insegnato a chiedere loro.

Eppure questo luogo è così lontano dalle macerie materiali ed umane, lontano dalla miseria del corpo e dell’anima. Tutto è gioioso con i bambini chiassosi e allegri nonostante tutto, nonostante la fame, solo un po’ più grandi nel loro essere bambini, un po’più adulti nella loro spensieratezza.

Kay Sekou è un’isola felice per tanti piccoli che possono sperare di sopravvivere alla povertà che li affligge dalla nascita, crescere, studiare e avere la possibilità di cambiare la propria sorte. Permette loro di riappropriarsi un po’ dell’infanzia, di sognare, di sperare di sfuggire ad un destino altrimenti segnato, fatto di disperazione e ignoranza. C’è tutta l’anima, lo spirito, il cuore del popolo haitiano in questa Missione, la sua incredibile capacità di sopportare lutti, sofferenze, privazioni e la sua voglia di rimboccarsi le maniche, di ricominciare sempre e comunque” …con l’aiuto di Dio, perché quando si ha la vita si ha tutto…”

Gioia e dignità impregnano i figli di Haiti. Gioia nelle chiassose conversazioni delle donne, che ondeggiano tra le loro baracche portando con grazia pesanti ceste sul capo, gioia sulle rughe degli uomini che si sfiniscono nei campi che garantiscono appena la sussistenza della famiglia, gioia negli occhi, nelle risate, nel battito di mani dei piccini, che giocano con una lattina arrugginita come se fosse una moderna macchinina. La loro allegria ti circonda, così come i bimbi, astri che illuminano le tenebre di questa miseria. I bimbi che vogliono comunicare con te, divertirsi con te, imparare da te. Forse perché non si aspettano nulla e anche la più piccola cosa è motivo di irrefrenabile entusiasmo.

Gioia significa speranza, nonostante la miseria che aggredisce costantemente e spaventosamente la dignità di questo popolo, che vive in baracche senza né acqua né luce. Speranza…

Paola Martinelli